30 luglio 2020

Intervista a Roberto Ferri, Società Italiana di Psicologia dell’emergenza

Abili a proteggere ha intervistato Roberto Ferri, presidente della Società Italiana di Psicologia dell'emergenza sul tema coronavirus e disabilità cognitiva

La redazione di Abili a proteggere ha intervistato il 23 luglio Roberto Ferri, presidente della Società Italiana di Psicologia dell'emergenza. La SIPEm SoS Federazione, Società Italiana di Psicologia dell’Emergenza Social Support Federazione è un’associazione che opera in situazione di micro e maxi emergenze sul territorio italiano per la prevenzione e la cura delle vittime e dei soccorritori a rischio di patologie psicologiche legate al trauma. Di seguito riportiamo l'intervista a Roberto Ferri, Società Italiana di Psicologia dell'Emergenza, disponibile anche sul canale Youtube di Abili a proteggere. 

Rispetto alle prime fasi dell'emergenza quali sono state le richieste da parte della popolazione più vulnerabile?

Come in tutte le emergenze c'è una popolazione che già si trova in una situazione di fragilità ed è quella che risente maggiormente dell'impatto emotivo, soprattutto se si tratta di una disabilità di tipo psichico o psichiatrico. Perdere i punti di riferimento, a causa anche della chiusura dei servizi territoriali, per i disabili psichiatrici comporta problematiche di gestione, aumento dell'ansia, disorientamento, per cui riuscire anche a far rispettare le regole per proteggersi diventa molto più difficile. L'uso della mascherina anche da parte del caregiver o del parente può portare un maggior disorientamento perché diventa difficile riconoscere le persone, il labiale o determinati segnali che vengono convenzionalmente riconosciuti dalla persona con disabilità quindi è chiaro che tutto ciò che noi abbiamo provato dal punto di vista dell'ansia, del disorientamento, del trovarsi in una situazione nuova, in questo caso viene amplificato. C'è stata una difficoltà nella primissima fase a far comprendere il perché, ad esempio, non si potesse più uscire di casa e usufruire di determinati servizi. È stato necessario utilizzare informazioni comprensibili, accessibili, mirate e personalizzate in relazione alla tipologia della disabilità. Noi come esperti di psicologia dell'emergenza e come comunità di psicologi abbiamo avuto difficoltà perché abbiamo dovuto interagire da remoto utilizzando Skype, il telefono e quant'altro per rispondere alle richieste di aiuto da parte dei familiari della persona disabile volte a limitare l'impatto e per convincerli a rimanere a casa. 

Nella prima fase, quindi, la difficoltà maggiore è stata quella di sostituire la routine con una nuova routine. I familiari o caregiver delle persone con disabilità si sono rivolti a noi soprattutto per consigli pratici nella gestione degli stati d'animo, degli stati emotivi conseguenziali al lockdown: una maggior oppositività o aggressività anche rivolta verso se stessi, ansia, smarrimento. Abbiamo anche consigliato di rimanere in contatto con lo psichiatra per avere anche da parte loro dei consigli. Per capire come sono stati i disabili in questa situazione dobbiamo fare riferimento a come ci siamo trovati noi, solo in maniera molto più amplificata e quindi la difficoltà è stata soprattutto di chi doveva gestirli. La parte più difficile è stata quindi all'inizio per la perdita dei punti di riferimento all'esterno, quindi nel momento stesso in cui i servizi territoriali hanno ripreso la propria attività è stato tutto molto più semplice.  

Alla luce di queste criticità riscontrate, avete valutato l'impatto che l'emergenza avrà nel medio-lungo termine sulle persone con disabilità?

Sì. Lo abbiamo sperimentato come associazione di protezione civile anche nelle emergenze precedenti. Le difficoltà, secondo me, stanno proprio da parte dei servizi. Noi dobbiamo pensare ad un potenziamento dei servizi territoriali sanitari dedicati alle disabilità psichiatriche in tempo di pace, perché poi i numeri delle persone che si approcciano al servizio psichiatrico sia a livello ambulatoriale che a livello di servizio sanitario locale sono sicuramente molto più alti. Questo succede perché l'evento ha slatentizzato o può slatentizzare delle problematiche di tipo psichiatrico che fino ad allora non erano state prese in carico dal servizio sanitario per cui aumentando i numeri e i bisogni è chiaro che il servizio territoriale deve farsi trovare maggiormente pronto. La presa in carico è uno dei punti più complicati e più difficili dopo l'emergenza.

Eravate preparati a rispondere alle necessità e ai bisogni delle persone vulnerabili?

Noi siamo preparati perché durante un'emergenza se il servizio territoriale non può erogare il servizio, come associazione di psicologi dell'emergenza andiamo a supporto o in sostituzione al servizio territoriale, qualora non ce la fa oppure è assolutamente impossibilitato. Mi viene in mente l'emergenza del terremoto a L'Aquila dove l'ospedale era stato completamente devastato, quindi noi siamo andati in sostituzione e la collaborazione comune degli assistenti sociali locali o dei sanitari locali ci ha consentito di gestire al meglio la situazione emergenziale. 

Un buon intervento post emergenziale è possibile solo se riusciamo a costruire una rete di attività e di conoscenza reciproca prima che un determinato evento si verifichi. È fondamentale la conoscenza da parte nostra di come sono strutturati i servizi in quel determinato territorio e delle associazioni che si occupano delle persone con disabilità. Il progetto nato da diversi anni Emergenza e fragilità vuole migliorare in emergenza l'approccio e l'aiuto pratico alle persone con diverse disabilità, mettendo in atto varie iniziative, come le esercitazioni a livello locale. Per esempio, sappiamo bene che la risposta dell'autistico non è uniforme, non è sempre uguale perché dipende dalla gravità, dall'età, quindi organizzare nei vari territori delle esercitazioni coinvolgendo le associazioni dei familiari che si occupano di disabili è sicuramente un altro mezzo che ci può aiutare nelle emergenze ad essere più efficienti e maggiormente di aiuto. Dovremmo nel futuro implementare la preparazione perché le persone fragili insieme alle famiglie sono quelle che hanno maggiori difficoltà e maggior bisogno di aiuto e le esercitazioni servono soprattutto a noi perché conoscerci prima ci aiuta a lavorare con maggiore efficacia e ad apprendere le metodologie e il linguaggio utilizzati dai caregiver adeguati alla capacità di apprendere da parte del disabile.

Si sentirebbe di dare un consiglio su come affrontare al meglio il prossimo futuro anche in previsione dell'apertura delle scuole a settembre?

Non c'è nessuno che conosce meglio il disabile psichiatrico di chi lo tiene in cura, dei familiari o del caregiver, quindi loro sanno benissimo come approcciarsi. Bisogna stare molto attenti alla comunicazione non verbale, continuare ad utilizzare le metodologie di approccio utilizzate precedentemente, evitando di trasmettere la propria ansia e spiegando in maniera molto semplice perché troveranno ad esempio delle aule cambiate, magari utilizzando anche il gioco per sconfiggere questo nemico invisibile che improvvisamente è entrato nella nostra vita. Infine, per non disperdere il patrimonio di conoscenze, bisogna proseguire in un'ottica di rafforzamento di una rete con le associazioni, le persone con disabilità e i loro caregiver. 

L'intervista a Roberto Ferri, Società Italiana di Psicologia dell'emergenza, è disponibile nella versione integrale e sottotitolata sul nostro canale youtube Abili a proteggere. Niente di Speciale è la sezione del sito dedicato alle interviste della redazione Abili a proteggere, perché non esistono bisogni speciali ma specifiche necessità

Ringraziamo Roberto Ferri, presidente della Società Italiana di Psicologia dell'emergenza per la disponibilità dimostrata.

Link utili: SIPEm - Società Italiana di Psicologia dell'emergenza 

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